La rete difende Google: “In pericolo la libertà di espressione”

La rete difende Google: “In pericolo la libertà di espressione”

Già poche ore dopo la sentenza del Tribunale di Milano, che ha condannato tre dirigenti di Google per violazione della privacy nel caso del video delle violenze a un bambino down, la notizia rimbalzava su blog e testate digitali di tutto il mondo, sollevando un vespaio di polemiche. Da un punto di vista quantitativo buona parte dei commenti in rete si esprimono in difesa del motore di ricerca e criticano la decisione dei giudici milanesi, in particolare per le implicazioni che questa potrebbe avere sulla libertà di espressione in rete. Ma i commenti più duri arrivano dall’estero, dove la stampa punta il dito contro il pericolo di censura del web italiano.

In Italia. I commentatori più influenti della blogosfera italiana sono quasi tutti dalla parte di Google. Il tema è stato lanciato ieri, a pochi minuti dalla notizia, da Vittorio Zambardino su Repubblica.it. Guido Scorza, avvocato esperto di diritto della rete, esprime la sua preoccupazione per le sorti del web se il fornitore della piattaforma viene considerato anche responsabile dei contenuti. “Se passa il principio secondo il quale l’intermediario risponde dei contenuti immessi in rete dagli utenti  -  scrive Scorza, la Rete che conosciamo è condannata all’estinzione”. Critico nei confronti della sentenza è anche Beppe Grillo che rilancia: “I dirigenti di Google  dovrebbero ricevere una medaglia. La sentenza è un monito: i disabili nelle scuole italiane si possono pestare, ma in incognito”. Elvira Berlingieri su Apogeo sottolinea invece i possibili problemi per i provider italiani nel caso in cui venga loro richiesta una più attiva vigilanza per la tutela della privacy. Più variegata è la posizione della stampa generalista nazionale che esprime pareri diversi e in alcuni casi difende la sentenza rilanciando la necessità di una più rigida regolamentazione del web.

All’estero. La decisione del Tribunale di Milano non si è però limitata ad alimentare il dibattito nazionale. Fuori dai confini italiani, e soprattutto Oltreoceano, la notizia della condanna dei dirigenti di Google è rimbalzata in poche ore tra testate generaliste e siti specializzati. Dai commenti esteri emerge una preoccupazione diffusa per le sorti della rete italiana e per la possibilità che la sentenza costituisca un precedente pericoloso a livello europeo. “Il verdetto  -  scrive il New York Times  -  suggerisce che Google non fornisce solo uno strumento ai suoi utenti e che non è diversa dalle altre compagnie editoriali, come giornali e televisioni, che forniscono contenuti”. La testata della grande mela non manca poi di soffermarsi su come la rete italiana sia di questi tempi soggetta a numerosi tentativi di “burocratizzazione” e di come il caso Vividown si collochi in questo scenario.

Il quotidiano inglese Guardian si concentra invece sulle implicazioni economiche della decisione che, se interpretata in maniera restrittiva, potrebbe portare all’obbligo per Google e gli altri provider di verificare che ogni video non leda la privacy di nessuno. Un procedimento che condannerebbe al fallimento YouTube e siti simili a causa dell’enorme quantità di video costantemente caricati dagli utenti (20 ore di filmati ogni minuto nel solo caso di YouTube). Un parere simile è espresso anche dalla BBC  che segnala come l’obbligo di un controllo umano sui contenuti significherebbe un lavoro impossibile per i provider di servizi.

Molto più esplicita è poi la stampa di settore. L’autorevole blog TechCrunch, i cui contenuti sono sindacati sul sito del Washington Post, chiede che “qualcuno spieghi al giudice italiano che cosa è YouTube”, puntualizzando come la decisione sia “ridicola” e condividendo le preoccupazioni di Google circa il pericolo per la libertà della rete che l’intera vicenda pone. Non sono da meno Business Insider che, senza mezzi termini, definisce la sentenza di “una stupidità imbarazzante” e ReadWriteWeb che titola “L’Italia attacca la democrazia della rete”.

fonte: La Repubblica

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